I Camalli di Genova
- Quirino Stortini
- 23 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il compito di un sindacato è quello di difendere i lavoratori ma anche quello di assistere gli stessi nel giornaliero rapporto con il proprio datore di lavoro. Noi di Azione Sindacale difficilmente deroghiamo a questi principi che ormai fanno parte del nostro dna. Oggi però dobbiamo, nostro malgrado, fare un’ eccezione per stigmatizzare un corportamento, a nostro avviso sbagliato e volutamente provocatorio, di un certo numero di lavoratori. Lo facciamo, non tanto per spirito di critica, anche se in questo caso perfettamente legittima, ma perché quanto avvenuto potrebbe, in prospettiva, mettere a rischio tanti posti di lavoro.
I fatti sono accaduti ai primi di Agosto; i famosi camalli di Genova insieme alle sigle sindacali Calp, Usb e, naturalmente Cgil, hanno impedito con la forza il passaggio ed il carico di materiale bellico in partenza verso la penisola arabica.

Notiamo innanzitutto che chi predica contro la guerra ed a favore della pace ma usa la forza bruta per far valere le proprie idee, non meriterebbe nemmeno una menzione giornalistica. Blocchi stradali con mezzi di proprietà portuale, con tanto di bandiere di uno stato straniero controllato da una fazione terroristica, fuochi ma soprattuitto tante pubbliche minacce. Se tutto ciò vuol dire operare per la pace allora qualcosa non torna.
«Le parole iniziano a non bastare più. Se volevate farci arrabbiare, ci siete riusciti», questo riportano i giornali su quanto detto dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp).
Analizzando i fatti dal punto di vista prettamente sindacale dobbiamo notare che le tesi dei portuali genovesi non hanno un fondamento contrattuale solido.
Loro sostengono che “è necessario che tutti coloro che sono coinvolti in queste operazioni (portuali) siano preventivamente informati di quello che arriva al porto di Genova, “non trovarcelo in banchina così, come se fosse una scatola di tonno”.
Possiamo condividere il principio che i lavoratori debbano essere informati in maniera dettagliata se movimentano merce per loro pericolosa, ma non siamo d’accordo sul fatto che nel porto di Genova non si carica più nulla senza la preventiva autorizzazione dei camalli. È come dire che ogni pacco DHL o Amazon debba essere sottoposto, prima della consegna, alla preventiva autorizzazione sindacale.
I lavoratori portuali sostengono anche che loro non possono essere “usati”
per mansioni delle quali non sono informati. La nostra perplessità ci porta a pensare: Caricare e scaricare una nave non sono mansioni di un lavoratore portuale?
Camalli, Usb, Calp e Cgil affermano infine che la spedizione bloccata avrebbe violato le norme della legge 185 del 1990.
A tal proposito pensiamo che se uno o più cittadini individuano una situazione che contrasta con quanto previsto dalla leggi italiane o europee, ha il sacrosanto dovere di segnalare i fatti alle autorità ma non ha il diritto di ergersi a giudice e con la forza ristabilire la legalità violata.
In secondo luogo forse i camalli non sanno che, ad oggi, nel mondo l’Onu individua circa 56 guerre che coinvolgono direttamente o indirettamente circa 160 stati su 195 riconosciuti. Ci sembra poco probabile che qualsivoglia carico o spedizione in partenza da qualsiasi porto o aeroporto del mondo, possa essere diretta in maniera assolutamenta certa verso una nazione che non ha alcuna implicazione in scenari di guerra in atto.
Senza considerare che non ci risulta ad oggi che i lavoratori del porto di Genova avessero la certezza che il carico di armi fosse diretto verso un paese belligerante. Loro stessi ammettono, secondo quanto riportato dalla stampa, che: “Non abbiamo garanzie circa il destinatario finale e l’impiego del materiale militare trasportato”. Ed allora perché fare un blocco se non si è nemmeno sicuri della destinazione della merce?
Per concludere vogliamo anche tentare di spiegare la nostra iniziale affermazione che queste azioni di blocco possano in qualche modo danneggiare altri lavoratori. La stampa, colpevolmente, nei giorni successivi ai fatti narrati, non ha ritenuto di informarci su cosa sia poi accaduto riguardo la spedizione. Dobbiamo quindi presumere che, la magistratura, come sempre, sta indagando per appurare quanto accaduto e che la spedizione sia stata respinta.
Il comparto della nostra industria degli armamenti ad oggi impiega oltre 60.000 persone in tutto il mondo, di cui più di 30.000 in Italia. Qualcuno alla Leonardo o alla Oto Melara potrebbe pensare che operare nel nostro paese in quel settore, non solo non è produttivo ma è anche fonte di grosso imbarazzo e, quindi, andare a produrre materiale bellico in un altro Paese; oppure adducendo difficoltà, a questo punto oggettive, varare un grosso ridimensionamento aziendale con il conseguente licenziamento di centinaia di dipendenti.
Forse ai camalli degli altri lavoratori importa poco ma a noi importa e come, quindi, come sindacato e come fatto da Cisl e Uil ci dissociamo fermamente da quanto accaduto al porto di Genova.




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