Il trattamento fiscale applicato alle somme che il datore di lavoro è condannato a pagare. Il caso della pausa pranzo non goduta
Quando il lavoratore viene risarcito per non avere potuto usufruire della pausa pranzo, la somma può arrivare per intero, senza trattenute fiscali e contributive, se serve a risarcire un danno emergente e non a sostituire una retribuzione perduta. È questo il punto centrale della Risposta n. 156/2026 dell'Agenzia delle Entrate, che affronta una questione di grande interesse per i lavoratori dipendenti: quale trattamento fiscale deve essere applicato alle somme che il datore di lavoro è condannato a pagare per la mancata fruizione della pausa pranzo(pausa pranzo non goduta). La risposta dell'Agenzia è importante perché chiarisce una cosa che, a prima vista, può sembrare sorprendente. Una somma pagata dal datore di lavoro a un dipendente non è necessariamente una retribuzione soggetta a IRPEF solo perché nasce da un rapporto di lavoro. Bisogna indagare perché quella somma viene erogata. Se serve a pagare una retribuzione o a sostituire un reddito che il lavoratore non ha percepito, è imponibile. Se invece il fine è quello di risarcire una perdita o un danno che il lavoratore ha effettivamente subito, la situazione cambia: si tratta di danno emergente e la somma corrisposta non costituisce reddito di lavoro. È proprio questa la situazione esaminata dall'Agenzia delle Entrate con riferimento alla pausa pranzo non goduta.
Perché la pausa pranzo è importante. Quando l'orario giornaliero supera le sei ore, l'articolo 8 del decreto legislativo n. 66/2003 riconosce al lavoratore il diritto a una pausa, secondo le modalità stabilite dalla legge e dalla contrattazione collettiva applicabile. La pausa non è semplicemente un momento nel quale il dipendente può allontanarsi dalla propria postazione. Ha una precisa funzione di tutela: serve al recupero delle energie psicofisiche e, quando necessario, alla consumazione del pasto. Naturalmente, le modalità concrete con cui questo diritto deve essere garantito possono cambiare in relazione al settore, al contratto collettivo, all'organizzazione del lavoro e alla particolare attività svolta.
Che cosa succede se il lavoratore non riesce a fare la pausa? Immaginiamo un dipendente che, per esigenze di servizio, debba continuare a lavorare durante l'intervallo nel quale avrebbe dovuto fermarsi per la pausa e per consumare il pasto. Se questa situazione si verifica in violazione della disciplina applicabile e il lavoratore subisce un pregiudizio, può essere chiamato a rispondere il datore di lavoro. Il giudice può quindi riconoscere al lavoratore una somma a titolo di risarcimento del danno. A questo punto nasce una domanda: se l'azienda paga questa somma, deve trattenerci l'IRPEF? La risposta dipende dalla natura del pagamento. Ed è proprio qui che bisogna comprendere la differenza tra lucro cessante e danno emergente.
Danno emergente e lucro cessante: la differenza che decide la tassazione. La distinzione è più semplice di quanto possa sembrare. Il lucro cessante è un reddito che non è stato percepito. Si ha lucro cessante quando il lavoratore perde un guadagno che avrebbe dovuto ricevere. Pensiamo, per esempio, a una retribuzione non pagata, a una differenza retributiva, a uno straordinario dovuto o a un'altra somma che il dipendente avrebbe dovuto percepire come reddito. Se il giudice ordina al datore di lavoro di pagare quella somma successivamente, magari dopo anni di causa, il pagamento non cambia natura. Quella somma continua a rappresentare un reddito di lavoro. Il fatto che venga pagata in ritardo e che sia contenuta in una sentenza non la rende esente. In altri termini: se il risarcimento serve a sostituire uno stipendio o un'altra somma che il lavoratore avrebbe dovuto guadagnare, quella somma è normalmente soggetta a tassazione. Il danno emergente è invece una perdita subita. La situazione è diversa quando il lavoratore non ha perso un guadagno, ma ha subito una perdita o un pregiudizio che il risarcimento serve a reintegrare. In questo caso il lavoratore non sta guadagnando denaro. Sta semplicemente ricevendo una somma destinata a compensare ciò che ha perso a causa dell'illecito o dell'inadempimento. È questo il danno emergente. La differenza è fondamentale perché, ai sensi dell'articolo 6, comma 2, del TUIR, le somme percepite in sostituzione di redditi e le indennità risarcitorie relative alla perdita di redditi conservano la natura del reddito sostituito. Sintetizzando🡪 Se il risarcimento sostituisce un reddito, si tassa; se reintegra una perdita che non è reddito, non si tassa.
La decisione dell'Agenzia delle Entrate sulla pausa pranzo. Nel caso esaminato dall’Agenzia, alcuni lavoratori avevano ottenuto giudizialmente il riconoscimento di somme per la mancata fruizione della pausa pranzo. Il risarcimento era stato quantificato facendo riferimento al valore dei buoni pasto non goduti. Quando l’azienda è stata condannata a pagare, ha chiesto all'Agenzia delle Entrate se sulle somme da corrispondere dovesse applicare la ritenuta IRPEF. La risposta è stata negativa; quelle somme erano destinate a risarcire un danno emergente.
Ma perché il valore del buono pasto, nel caso di specie, non viene tassato? Questo è probabilmente l'aspetto più interessante della vicenda. Qualcuno potrebbe obiettare: “Se il giudice calcola il risarcimento utilizzando il valore del buono pasto, perché quella somma non deve essere trattata come un buono pasto o come una retribuzione?” La risposta: Perché il valore utilizzato per fare il calcolo non determina la natura giuridica della somma. Il giudice ha utilizzato il valore del buono pasto come semplice parametro per quantificare il danno.
Non basta scrivere “risarcimento” per evitare la tassazione. Non è sufficiente chiamare una somma “risarcimento” per renderla automaticamente esente; conta, come abbiamo visto, la sua effettiva funzione. Se un datore di lavoro deve pagare 5.000 euro di stipendi arretrati e inserisce nell'accordo la dicitura “somma risarcitoria”, quei 5.000 euro non diventano per questo danno emergente; continuano a rappresentare reddito di lavoro. Allo stesso modo, se una somma viene riconosciuta perché il lavoratore avrebbe dovuto ricevere una determinata indennità o una maggiorazione retributiva, la natura reddituale non viene meno soltanto perché il pagamento avviene in esecuzione di una sentenza. Per stabilire se una somma sia tassabile o meno, ricordiamolo ancora, occorre guardare alla ragione per la quale viene pagata.
E i contributi INPS? La stessa distinzione è importante anche sul piano contributivo. La circolare INPS n. 6 del 16 gennaio 2014 ha chiarito che il risarcimento del danno emergente, proprio perché non genera reddito, non entra neppure nella base imponibile contributiva. La circolare richiama espressamente diverse ipotesi di somme aventi natura risarcitoria, tra cui quelle relative al danno alla salute e quelle derivanti dal demansionamento, Attenzione🡪 Se una sentenza riconosce contemporaneamente (è il caso del nostro lettore Guido), 10.000 euro di differenze retributive e 5.000 euro di danno alla salute (demansionamento), le due somme devono essere trattate separatamente. I 10.000 euro che rappresentano retribuzione restano soggetti al relativo regime fiscale e contributivo. I 5.000 euro effettivamente riconosciuti come danno emergente seguono invece il diverso trattamento previsto per il risarcimento.
Altri casi di danno emergente nel rapporto di lavoro. La questione della pausa pranzo non è un caso isolato. Nel rapporto di lavoro possono esistere altre somme che, se correttamente riconosciute come risarcimento di un danno e non come sostituzione di reddito, non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore. Occorre però essere molto precisi, perché non tutto ciò che viene chiamato “danno” è automaticamente danno emergente. Tra le ipotesi più solide rientrano quelle espressamente considerate dalla prassi previdenziale.
Il danno alla salute. Quando il lavoratore subisce un danno alla salute in conseguenza dell'attività lavorativa, la somma destinata a risarcire il pregiudizio all'integrità psicofisica non rappresenta, per quella componente, una retribuzione. Si tratta di una reintegrazione del danno subito dalla persona. La situazione cambia, naturalmente, se nello stesso procedimento viene riconosciuta anche una somma destinata a compensare redditi non percepiti a causa dell'infortunio o della malattia. Quella seconda componente ha una funzione sostitutiva del reddito e deve essere distinta dal danno alla salute.
Il danno derivante dal demansionamento. Anche il demansionamento, come abbiamo annotato, può provocare un danno che non coincide con una perdita di stipendio. Il lavoratore può, ad esempio, subire un pregiudizio alla propria professionalità o alla propria sfera personale. Quando il giudice riconosce una somma proprio per risarcire quel nocumento, la relativa componente può avere natura non reddituale. La stessa circolare INPS n. 6/2014 prende in considerazione il risarcimento del danno conseguente al demansionamento. Ma anche qui bisogna fare attenzione. Se il lavoratore viene assegnato a mansioni inferiori e gli spettano determinate differenze economiche, quelle somme costituiscono reddito. Diverso è il risarcimento riconosciuto per il danno alla professionalità o alla persona.
Il rimborso di una perdita patrimoniale effettiva. Può avere natura di danno emergente anche la somma destinata a reintegrare una perdita patrimoniale effettivamente subita dal lavoratore a causa di una condotta datoriale. La caratteristica fondamentale è sempre la stessa: il lavoratore non sta guadagnando qualcosa; sta recuperando ciò che ha perso. È questa la ragione per cui la prassi previdenziale distingue le somme risarcitorie dalle somme che costituiscono reddito.
Naturalmente, la perdita deve essere concreta, documentabile e collegata causalmente alla vicenda lavorativa.
Cosa invece rimane tassato. Per evitare equivoci, è utile ricordare anche le situazioni opposte. Sono normalmente soggette al regime fiscale e contributivo del reddito di lavoro le somme che rappresentano: retribuzioni arretrate; differenze retributive; compensi per lavoro straordinario; indennità retributive; somme corrisposte in sostituzione di redditi non percepiti; risarcimenti che compensano una perdita di reddito. In tutti questi casi il lavoratore avrebbe dovuto ricevere un reddito e il pagamento successivo serve a sostituire quel reddito (Il fatto che il pagamento venga effettuato dopo una sentenza, una conciliazione o una transazione non elimina l'imposizione).
Interessi e rivalutazione. Non è corretto dire che qualsiasi interesse o rivalutazione sia automaticamente esente soltanto perché accompagna un risarcimento. Il loro trattamento deve essere verificato in relazione alla natura del credito principale e alle specifiche disposizioni fiscali applicabili. Quindi, quando una sentenza liquida capitale, rivalutazione e interessi, è opportuno che ciascuna componente venga correttamente individuata. Questo è particolarmente importante quando il provvedimento comprende contemporaneamente somme retributive e somme risarcitorie.
Conoscere i propri diritti è importante ma, ancora di più, è esercitarli nel modo corretto. I dirigenti di Azione Sindacale Udine garantiscono ai propri iscritti una tutela gratuita, qualificata e tempi di attesa che non superano, nella peggiore delle ipotesi, le 48 ore.
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