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La tutela contro lo stress lavorativo: un obbligo che responsabilizza fortemente i datori di lavoro e i loro dirigenti 

Nel mondo del lavoro contemporaneo la pressione è spesso considerata una componente inevitabile: scadenze serrate, responsabilità crescenti e obiettivi sempre più impegnativi fanno parte del quotidiano. Tuttavia, esiste una soglia oltre la quale la normale pressione smette di essere uno stimolo e si trasforma in un disagio costante, capace di generare ansia, esaurimento e, nei casi più gravi, veri e propri disturbi clinici. In questi scenari, molti

lavoratori si chiedono se l’azienda possa essere ritenuta responsabile quando l’ambiente di lavoro diventa fonte di stress insostenibile. La risposta, secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, è sì: la tutela del dipendente comprende anche la sua salute psicologica, e il datore di lavoro è obbligato a garantirla. L’art. 2087 del Codice civile stabilisce un dovere molto ampio a carico dell’imprenditore: adottare ogni misura necessaria a preservare l’integrità fisica e psicologica dei suoi dipendenti. Non si tratta soltanto di applicare norme antinfortunistiche o fornire dispositivi di protezione. È un obbligo di carattere generale, che impone all’azienda di prevenire qualsiasi rischio, anche quando non espressamente regolato da norme specifiche. Ciò significa che il datore di lavoro deve: organizzare il lavoro in modo da evitare situazioni dannose o eccessivamente gravose; monitorare costantemente il clima aziendale; intervenire quando emergono segnali di disagio; prevenire condizioni strutturalmente nocive, anche in assenza di comportamenti apertamente ostili. In altre parole, la responsabilità dell’azienda non si limita agli incidenti visibili: comprende anche il deterioramento della salute mentale derivante da un ambiente disfunzionale.


Attenzione🡪 Stress lavorativo e mobbing non sono la stessa cosa. È fondamentale evitare un equivoco frequente: lo stress da lavoro non coincide con il mobbing.Il mobbing richiede un elemento soggettivo preciso, cioè un intento persecutorio: comportamenti sistematici, ostili e mirati a isolare un lavoratore. Lo stress lavoro-correlato, invece, può manifestarsi anche in assenza di volontà malevola. È sufficiente una cattiva organizzazione: carichi di lavoro irragionevoli, obiettivi incoerenti o impossibili, mancanza di supporto,comunicazione ambigua, **un clima costantemente teso o conflittuale.. Secondo la Corte di Cassazione (ord. n. 10730/2025), l’assenza di un intento persecutorio non esclude la responsabilità del datore di lavoro se l’ambiente, per come è strutturato o gestito, produce un danno alla salute del dipendente.


Quando un ambiente diventa “stressogeno”. Un contesto di lavoro è considerato stressogeno quando le richieste superano sistematicamente la capacità di gestirle, generando un logoramento progressivo. Non basta un episodio isolato: serve una condizione continuativa, riconoscibile e prevedibile. Le situazioni tipiche includono: carichi di lavoro costantemente sproporzionati; mansioni che eccedono le competenze senza adeguata formazione o supporto; conflitti persistenti e non gestiti; compiti dequalificanti o privi di senso; **totale indifferenza aziendale verso problemi di salute già manifesti. Anche comportamenti apparentemente neutrali, se ripetuti in modo pressante o irrazionale, possono contribuire a creare un contesto nocivo.


Fate molta attenzione🡪 Perché si configuri una responsabilità datoriale non è richiesto dimostrare un intento malevolo. È sufficiente che l’azienda abbia agito (o non agito) con: negligenza, imprudenza, imperizia, o attraverso una cattiva organizzazione del lavoro. La violazione dell’art. 2087 c.c. si realizza ogni volta in cui il datore non previene o non corregge situazioni nocive, anche se non originate da una volontà persecutoria. Il giudizio non si concentra sulle intenzioni, ma sul risultato: se il lavoratore ha subito un danno alla salute causato dall’ambiente di lavoro, la responsabilità datoriale può essere riconosciuta.


Chiedere un risarcimento Per chiedere il risarcimento, il lavoratore deve dimostrare tre elementi essenziali: La condotta o il contesto dannoso. Documentando modalità organizzative o comportamenti lesivi (email, ordini di servizio, testimonianze, cronologie di attività).Il danno alla salute. Attraverso certificazioni mediche, diagnosi specialistiche, perizie che attestino la patologia (ansia, depressione, burnout ecc.) e la sua gravità. Il nesso causale tra lavoro e patologia. Deve emergere chiaramente che la malattia è conseguenza delle condizioni lavorative. Una volta provate queste tre circostanze, spetta al datore di lavoro dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.Si tratta di una prova particolarmente difficile da sostenere quando la situazione stressogena è stata tollerata o protratta nel tempo.


Conoscere i propri diritti è importante ma, ancora di più, è esercitarli nel modo corretto. I dirigenti di Azione Sindacale Udine garantiscono ai propri iscritti una tutela gratuita, qualificata e tempi di attesa che non superano, nella peggiore delle ipotesi, le 48 ore. 


  • puoi chiamarci: Linea mobile 331-7497940  

o contattarci via e-mail: azionesindacale.fvg@gmail.com


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