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Mario, interpella Azione Sindacale: Cosa cambia, per Noi lavoratori dipendenti, l’introduzione del Salario Giusto? 

Caro Mario, la novità introdotta dal decreto-legge n. 62/2026, il cosiddetto “Decreto Primo Maggio”, è importante perché prova a garantire che nessun lavoratore del settore privato venga pagato meno di quanto previsto dai principali contratti collettivi del proprio settore (e

non solo).  In pratica, il Governo non ha introdotto un salario minimo uguale per tutti ( slario giusto) fissato per legge, ma ha scelto un’altra strada: prendere come riferimento i contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative (e, lo ribadiamo, non solo). Se lavori nel settore privato, il tuo stipendio non potrà essere inferiore al trattamento economico complessivo (TEC) previsto dal contratto collettivo “leader” del tuo settore, cioè quello considerato più rappresentativo. Questo vale anche se l’azienda applica un contratto collettivo meno favorevole e persino nei casi in cui non vi sia una chiara copertura contrattuale.  La novità più rilevante è che non si guarda più soltanto alla paga base o ai minimi tabellari. Il decreto parla infatti di “TEC” (trattamento economico complessivo), che comprende anche altre voci economiche previste dal contratto nazionale, come indennità fisse e alcuni trattamenti di welfare contrattuale. Quindi aumenteranno automaticamente gli stipendi? No, chi già percepisce una retribuzione pari o superiore a quella prevista dal contratto collettivo maggiormente rappresentativo non vedrà alcun cambiamento. Diverso invece il caso dei lavoratori pagati con contratti “pirata” o anche con contratti leader ma giudicati (in sede contenziosa) non rispondenti alle previsioni di cui all’art.36 della nostra costituzione (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Ecco perché, più sopra, abbiamo scritto “non solo”). Per queste situazioni il decreto può diventare uno strumento concreto di tutela. Le aziende potranno continuare ad applicare contratti “minori”? Sì, Il decreto non obbliga le imprese a cambiare contratto collettivo. Un datore di lavoro potrà continuare ad applicare determinate regole organizzative o normative di un contratto meno rappresentativo, ma dovrà comunque adeguare la parte economica, se risulta inferiore, a quella prevista dal contratto leader del settore. In sostanza, le regole interne possono restare ma i salari troppo bassi dovranno essere riallineati. (Chiariamo un concetto🡪 ll decreto rafforza enormemente la posizione del lavoratore, ma non crea un meccanismo automatico e immediato di aumento salariale controllato d’ufficio dallo Stato. Nella pratica: se l’azienda si adegua spontaneamente, il problema non si pone, se invece continua a pagare meno, il lavoratore può legittimamente agire per far valere il proprio diritto. Prima della riforma, il lavoratore doveva dimostrare davanti al giudice che la paga era insufficiente, il contratto applicato era inadeguato e il salario violava l’articolo 36 della Costituzione. Adesso il decreto offre un riferimento normativo molto più chiaro: il salario previsto dal contratto maggiormente rappresentativo viene considerato, per legge, il parametro corretto di sufficienza retributiva. Questo cambia molto sotto il profilo probatorio. Oggi il lavoratore non parte più da zero). Come si stabilisce qual è il contratto “giusto”? Qui nasce uno dei punti più delicati. In Italia non esiste ancora una legge definitiva sulla misurazione della rappresentanza sindacale. Per questo motivo si continua a utilizzare i criteri elaborati negli anni dalla giurisprudenza e dalla prassi istituzionale: numero degli iscritti; diffusione nazionale; effettiva presenza nei luoghi di lavoro; capacità di rappresentare gli interessi della categoria.  Il problema è che alcuni settori oggi si sovrappongono e non sempre è semplice capire quale sia il contratto corretto di riferimento. Il collegamento con la Costituzione. La riforma richiama direttamente l’articolo 36 della Costituzione, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione “proporzionata e sufficiente”. La tecnica usata dal legislatore è quella di assumere il contratto collettivo maggiormente rappresentativo come parametro esterno per valutare se lo stipendio sia adeguato. Si tratta di un meccanismo già ritenuto legittimo dalla giurisprudenza costituzionale. L’obiettivo è anche quello di ridurre il contenzioso giudiziario nato negli ultimi anni, durante i quali alcuni tribunali avevano iniziato a mettere in discussione (e a ragione) persino stipendi previsti da contratti firmati dai sindacati cosiddetti leader. Un altro effetto importante: gli incentivi alle imprese. Il decreto collega gli aiuti pubblici e gli sgravi contributivi al rispetto del “salario giusto”. Le aziende che pagano meno del trattamento economico previsto dai contratti di riferimento, rischiano di perdere incentivi e agevolazioni, perché le risorse pubbliche saranno riservate alle imprese giudicate “osservanti” sotto il profilo retributivo (anche questo dovrebbe aiutare i lavoratori).  


In conclusione, caro Mario, per i lavoratori contrattualmente più deboli, questa riforma rappresenta una protezione in più, per gli altri (i più fortunati), non produrrà benefici economici o normativi ma sicuramente, anche per loro,  una maggiore trasparenza


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